Amore e Psiche: Il Marmo in una Storia d’Amore

Amore e Psiche: Il Marmo in una Storia d’Amore

La favola di Amore e Psiche, raccontata nel II secolo d.C. da Lucio Apuleio nelle sue “Metamorfosi”, è una storia d’amore e invidia destinata ad ispirare artisti di ogni genere, incluso Antonio Canova.

Protagonista è la giovane Psiche che, innamoratasi di Amore, il figlio di Venere, dovrà superare alcune durissime prove prima di poter coronare il suo sogno e venire trasformata in una dea.

la storia raccontata da Antonio Canova

Il momento scolpito da Canova è quello del risveglio di Psiche dal sonno infernale: l’artista tuttavia si prende una licenza poetica, decidendo di rappresentare Amore intento a risvegliare la giovane non con la sua freccia, ma con un bacio. Leopoldo Cicognara, nella sua “Storia della scultura” (1823) scrive che Frederick Augustus Hervey, quarto conte di Bristol e cliente di Canova, convinse l’artista ad infondere maggior passione ai suoi soggetti: ecco dunque spiegato il perché del bacio, vero protagonista del gruppo scultoreo, che costituisce una perfetta rappresentazione di quel ritorno al “bello ideale” teorizzato da Johann Winckelmann. La tensione erotica, la dolcezza e la passione trapelano nei gesti in cui le due statue sono ritratte: Amore abbraccia Psiche sorreggendola per la testa reclinata all’indietro, mentre lei gli cinge amorevolmente il capo. Tutti gli elementi, dalle gambe alle braccia, fino alle ali e alla roccia su cui è distesa la giovane, riconducono ad una ricerca accurata di armonia e bilanciamento. Inoltre, le ali spiegate di Amore e le gambe dei due, formano una X che ha il suo centro proprio nell’istante del bacio. 

il procedimento: dalla bozza al marmo

La scultura, di misura 155x168cm, è realizzata con il marmo di Carrara, un marmo che sembra vivo date le forme estremamente morbide e sinuose. La pietra è perfettamente levigata, lucente ed è anche bianchissima: all’epoca infatti, si tendeva ad esaltare il candore delle sculture perché si pensava che le statue greche fossero bianche (si è scoperto solo in seguito che in realtà erano colorate).
Per la maggior parte delle sue sculture, inclusa Amore e Psiche, Canova seguiva un processo creativo estremamente rigoroso, descritto dal pittore Francesco Hayez in “Le mie memorie” (1890), che gli permetteva di controllare i risultati in ogni fase della produzione.
Il metodo era il seguente: in primis, Canova disegnava delle bozze di idee ispirandosi alle statue antiche, di cui studiava le pose e i modelli. Fin da piccolo, l’artista era solito osservare dal vivo per ore i marmi greco-romani, prediligendo soprattutto i soggetti mitologici ed eroici. Dopo la realizzazione di uno (o più) bozzetti in argilla, si procedeva alla creazione di un modellino in gesso di dimensioni ridotte prima di approdare al modello in argilla a grandezza naturale.
Questo veniva poi distrutto con la produzione della forma, un involucro di gesso che veniva riempito di gesso liquido e in cui si inserivano le “anime” di metallo che costituivano la struttura portante.
La solidificazione del gesso all’interno della forma dava vita al modello a grandezza reale, che veniva levigato e perfezionato prima dell’inserimento di chiodi di bronzo, dei riferimenti per la riproduzione delle dimensioni esatte nel marmo. Il blocco di marmo veniva allora accostato a quello di gesso e venivano collocati entrambi sotto a due telai, dai quali scendevano fili con il piombo che andavano a toccare le sporgenze del gesso, indicando fino a che punto si poteva scolpire il blocco.
Il passaggio conclusivo era l’ultima mano, ossia l’intervento dello scultore che perfezionava e “rendeva vivo” il marmo prima della consegna: Canova usava un sistema di politura particolare, secondo il quale passava sulla pietra “l’acqua di rota”, ossia l’acqua che veniva colata sulla mola per evitare il surriscaldamento dei ferri. Quest’acqua infatti, donava al marmo un colore più rosato, simile a quello della carne, e in Amore e Psiche tale tecnica è visibile su tutto il lato destro della ragazza e sulle pieghe degli abiti. In questo modo, Canova infondeva alle sue sculture una bellezza sensuale e immortale, rappresentata perfettamente dal gruppo di Amore e Psiche.

le copie

Un’ultima curiosità: esistono diverse copie di Amore e Psiche ma solo due furono realizzate da Canova; la prima (1793) è conservata al museo del Louvre, mentre la seconda (1802) è ammirabile al museo dell’Ermitage. Il mito è stato fonte d’ispirazione per molti pittori, scultori, poeti e artisti in tutte le epoche, in particolar modo nel Rinascimento: tra gli esempi più celebri, troviamo l’affresco di Giulio Romano nella Sala di Amore e Psiche a Palazzo Te a Mantova e gli affreschi per la loggia di Villa Farnesina a Roma realizzati da Raffaello. Tra le testimonianze maggiori del 1800, rientrano i quadri Amore e Psiche (1889) e Il rapimento di Psiche (1895) di William-Adolphe Bouguereau. Infine, come dimenticare la famosa Ode a Psiche scritta dal poeta John Keats nel 1820? Un amore destinato ad essere tramandato e a vivere per sempre, proprio come le due divinità protagoniste del racconto.

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